Non è Natale se Hans Gruber non cade nel vuoto dal Nakatomi Plaza. Ecco un nuovo speciale di Ettore Dalla Zanna. Felice Vigilia di Natale!

È arrivato il momento di parlare anche di “Die Hard“!

Die Hard

Più de Souza, meno Thorp

In principio fu “Nothing Lasts Forever“. Non la canzone dei Maroon 5 ma il libro di Roderick Thorp. L’opera narra la storia di un vecchio poliziotto, Joe Leland, che, in visita alla figlia, si fa sorprendere, senza scarpe, da un attacco terroristico. Qui, il poliziotto vede l’occasione per fare qualcosa di buono. Raddrizzare qualche torto e magari trovare un minimo di redenzione per se stesso. Quindi s’impegna a fermare ai terroristi in ogni modo possibile.

Il libro non è nulla di eccezionale, il cineasta John McTiernan è piuttosto restio ad accettare la regia dell’adattamento del libro. Ma cambia idea e, collaborando con lo sceneggiatore Steven E. de Souza, apporta le giuste modiche e getta un grosso quantitativo di umorismo ed esplosioni per vivacizzare il morigerato libro di Thorp.

Il risultato sarà “Die Hard: Trappola di Cristallo“, primo capitolo di una fulgida serie action, capo d’opera nella filmografia di McTiernan (uno tra i tanti), un capolavoro e soprattutto il più grande film di Natale di sempre (ma sull’aspetto natalizio ci ritorniamo più tardi).

Il primo “Die Hard” è un film assoluto, una novità alla fine degli Anni Ottanta. Accantonati gli action movies “superomistici”, in “Die Hard” si configura un nuovo eroe: un tizio normale (un poliziotto, “uno di New York”) che si ritrova in una situazione più grossa di lui, costretto a fare tutto quello che può per salvare sua moglie (non più la figlia) e fermare i cattivi.

Die Hard: Trappola di Cristallo” è il film che ha cambiato tutto, quello che, personalmente, ha cambiato la vita e che ha reso il gusto di guardare un film, un vero e profondo amore viscerale. Una spallata definitiva che mi ha fatto immergere nel vasto mondo del cinema. Tutto è partito da questo film e da papà, che mi fece vedere il film tanto tempo fa, sempre in questo periodo. Mi manca poter scambiare le battute del film con lui ed, in parte, questo speciale natalizio è dedicato a lui.

Vacanze di Natale a Los Angeles

Il Natale è stata sempre considerata una festività legata alla solidarietà, alla famiglia, allo scambio di regali ed ovviamente alla figura di Babbo Natale. Bene, tutti questi elementi vengono completamente stravolti in questo film. A partire proprio dall’ambientazione. Al diavolo, paesaggi innevati, persone che vanno in giro incappottati e con sciarpe voluminose, “Die Hard” è caratterizzato dall’ambientazione losangeliana. Il cliché del Natale sotto la neve viene tradito e sostituito dal Natale sulla spiaggia.

Perno centrale di tutto il film è, ovviamente, il Nakatomi Plaza (la vera sede della 20th Century Fox). Tempio di economia, di finanza, di una corporazione nipponica in terra statunitense. Già, gli Stati Uniti, a quei tempi, teatro di colonizzazione economica da parte di superpotenze più rampanti in determinati settori. Qui, si festeggia il Natale ma prima di tutto i grandi successi della compagnia. Successo scaturito da tutti i dipendenti del signor Takagi, tutti figli del benessere, rampanti, che sacrificano la famiglia per fare carriera. Tra questi vi è anche Holly Gennaro, la moglie di McClane.

Durante i festeggiamenti, un gruppo terroristico penetra nel palazzo della Nakatomi (sulle note della Nona di Beethoven) e fa ostaggio di tutti i dipendenti. L’obiettivo? All’inizio, sembra per motivi politici, idealistici, un modo per dare un colpo potente a quell’America calpestatrice di diritti degli altri popoli. Quasi come dei paladini della Giustizia, “i fratelli della rivoluzione”. Niente di tutto ciò. Anche i terroristi, come i dipendenti, sono mossi dall’avidità. Il vero obiettivo è il caveau della Nakatomi. Ci sono in ballo ben 640 milioni di dollari. In mezzo a tutto questo polverone, “uno di New York” si aggira per i piani dell’edificio, scalzo e con la canotta.

John McClane

Poliziotto di New York, in visita alla moglie per le feste di Natale, che fuma e dice parecchie parolacce. Fermamente intenzionato a fare tutto quello che può. McClane è la spina nel fianco, è la sabbia negli ingranaggi, la variante impazzita che non puoi calcolare. Un nuovo tipo di eroe. Non un macho, ma uno qualunque, vulnerabile, che si fa male ma ha sempre la forza di rialzarsi. Bruce Willis, che, ai tempi, era protagonista di una famosa serie televisiva americana “Moonlighting” ed interprete di poche commedie di discreto profilo, è in forma smagliante.

Convincente come eroe d’azione. Quasi tutte le battute vengono recitate con la sigaretta in bocca e gli occhi socchiusi in stile Robert Mitchum, il tutto, però, caratterizzato da una forte ironia, da più battute pronte per sdrammatizzare il tutto. Leggendario oramai anche nell’iconografia. Il mix di piedi scalzi e canotta (che cambia colore in base allo sporco e alle difficoltà) fanno di lui un pistolero moderno, un John Wayne scanzonato, o forse dovrei dire Roy Rogers. (“Mi piacevano le sue giacche con i lustrini“). È un eroe, è un mito il caro McClane. Che si sporca le mani per venirne a capo e fare la cosa giusta in mezzo a tutto questo casino fatto di avidità, di doppio gioco ed ipocrisia poco avvezzo alle atmosfere natalizie.

Tra l’altro, McClane deve fronteggiare anche un signor cattivo. Uno dei più grandi cattivi di sempre.

Hans Gruber

L’Hans Gruber di Alan Rickman è un altro duro a morire. Molto distante ma incredibilmente vicino a McClane. Vestito elegantemente, che cita Alessandro Magno e fa analisi sulla decadenza della società occidentale paragonandola ai miti cinematografici, Hans Gruber. Canotta, casual in generale, che parla di Roy Rogers e Stevie Wonder e che tocca le foto delle playmate appese al muro, John McClane. Eppure entrambi sono pronti a tutto.

Gruber elabora un piano magistrale per inscenare un finto attacco terroristico, creare panico, sventare i piani della polizia e fuggire con il malloppo. Ma è anche capace d’improvvisare. Magistrale la scelta del nome Bill Clay, identità utilizzata per salvarsi, resa possibile dai perfetti particolarismi della sceneggiatura e da John McTiernan, il quale ha inserito la scena in corsa, per dare maggiore spazio ad un Alan Rickman in stato di grazia.

Rickman, infatti, è incredibile nella parte di Gruber. I suoi occhi sono inquietanti in tutti i frame. Guarda, osserva, penetra. È disposto a tutto pur di uscirne vincitore. È carismatico, è uno di quegli attori completi, magnetici che ti fanno appassionare ad un personaggio e che ti fa credere a quel personaggio. Il resto è Storia, non solo Storia del Cinema ma proprio Storia, in special modo la conclusione. Una delle cadute più celebri di sempre. “Happy trails, Hans!

Yippee ki-yay, Motherfucker!

La regia di McTiernan è quadratissima, con un ritmo impeccabile, impreziosito, quest’ultimo, da uno script ed un intreccio che, ancor’oggi, funzionano. I tempi comici, l’azione, i duelli verbali e fisici. È tutto perfetto. Il Nakatomi Plaza diventa un pianeta fatto di cunicoli, di carrucole, ristoranti di gusto scenografico d’ogni tipo, di piani in costruzione che costringono il protagonista a sfide sempre più impossibili, senza mai il tempo di tirare il fiato (il salto nel vuoto legato alla manichetta dell’idrante rimane ancora una delle migliori trovate di sempre).

Anche i comprimari non scherzano a perfezione. La Holly Gennaro di Bonnie Bedelia, il giornalista megalomane e offensivo di William Atherton, l’agente dell’FBI interpretato da Robert Davi (la mia memoria va subito alla banda Fratelli de “I Goonies“), l’ispettore capo interpretato da Paul Gleason (il preside in “The Breakfast Club” di John Hughes). Tra i terroristi, menzione ad Al Leong, scagnozzo cinese sempre al soldo di qualcuno (ehilà “Grosso Guaio a Chinatown“), muto ma con una voglia matta d’infilare le mani nella teca dei dolciumi per prendere qualcosa, ed al Theo di Clarence Gilyard, celebre, in futuro, nel ruolo di Trivette nella serie con protagonista Chuck Norris, “Walker Texas Ranger“.

Menzione d’onore anche all’Ellis di Hart Bochner, un pallone gonfiato cocainomane che si presenta ad Hans con una delle molteplici frasi leggendarie (in questo caso, in italiano) di questo film “Hans, bubi! Sono il tuo salvatore!

Al Powell

Die Hard

Doveroso parlare anche di Reginald VelJohnson e del suo personaggio. La storyline di Al Powell sembra, all’apparenza, di terzo grado, ininfluente rispetto al tutto. Eppure anch’essa si sedimenta nel corso di tutta la durata. Se, all’inizio, Al Powell appare come uno sprovveduto, un nullafacente, con la voglia di rincasare dopo il turno di servizio, incomincia a cambiare. Powell è un poliziotto come McClane, recupera il coraggio perso nel passato, cementa la sua amicizia con McClane. I due sanno come girano le cose, i due si conoscono ma soprattutto si capiscono e sembra che abbiano vissuto la vita sempre assieme, fianco a fianco. E quando li vedi assieme alla fine del film, ci credi. L’amicizia tra McClane e Powell è uno dei simboli del trionfo natalizio del film.

Conclusioni

Alla fine, infatti, il Natale trionfa. I terroristi avidi sono stati eliminati, il Nakatomi Plaza viene dannato da questo attacco terroristico, John McClane se ne va via con la moglie per tornare dalla famiglia, Al Powell recupera la forza di una volta ed una ragione per cui vivere. “Die Hard: Trappola di Cristallo” è quel classico natalizio che si conclude con Dean Martin in sottofondo, è quel classico natalizio che ti racconta l’importanza dell’amicizia e della famiglia servendosi di tesi da scienze politiche, corporazioni economiche, di bottini da portarsi a casa, esplosioni, battute sui fucili mitragliatori e molto altro. La regia di McTiernan e la sceneggiatura del film danno statura epica e contribuiscono a rilanciare la capacità dell’action movie di dare forma ad un mondo e di renderlo vivido e tangibile.

Quando il cinema fa questo, quando sa essere così tumultuosamente presente nel cuore di ogni persona, allora è davvero più grande della vita.

Per John McTiernan è quasi impossibile rifare un film eccezionale come questo. Appunto quasi. Ma questa è un’altra storia.

Die Hard

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